Le giornate qui in Libano sono scandite da visite e incontri.
Ogni incontro è un bicchiere di tè, mate, caffè... ogni bicchiere è una storia.
Mi viene in mente un detto yiddish "talvolta abbiamo bisogno più di una storia che di cibo".
Anche se certamente il cibo serve, e in quest’ultimo periodo serve più che mai.
Trovo che ci sia qualcosa di depurativo nei racconti di queste donne che, a volte proprio a fiumi, ci riversano le loro vicissitudini, prima e dopo la guerra.
O meglio prima con la guerra ai missili del regime e ora con la guerra alla miseria.
Forse narrare, ripetere, aggiustare la storia, ripeterla ancora è un modo per trovare un senso, per darsi un senso e tenere insieme i pezzi. Forse.
Il nostro amico Sheik Abdo dice che nel peace building le relazioni sono fondamentali.
"Possiamo dire che sono più importanti del cibo. Durante una guerra se hai cibo e acqua ma nessuna relazione non puoi sopravvivere".
Io qui lo sento che le relazioni sono davvero fondamentali. Sento tanta ricchezza in questi incontri, che mi toccano nel profondo e che sono quello che dà un senso profondo alla vita qui.

Dopo 7 anni ritorno in Libano, in visita al progetto.
Una tenda buia, una fioca luce di una lampada ricaricabile, un bambino di circa due anni seduto per terra mentre mangia con la faccia nel piatto, il suo viso ha mille colori.
Mi sembra di percepire che quello che ti brucia dentro e che ti accompagna a letto la sera quando la giornata è finita, spesso non sia lo sguardo di complicità, reciproca appartenenza, sollievo, felicità di coloro cui stiamo accanto, che riusciamo ad aiutare migliorandone la condizione, o addirittura quando si tratta di salute, ne salva la vita. 



