Le giornate qui in Libano sono scandite da visite e incontri.
Ogni incontro è un bicchiere di tè, mate, caffè... ogni bicchiere è una storia.
Mi viene in mente un detto yiddish "talvolta abbiamo bisogno più di una storia che di cibo".
Anche se certamente il cibo serve, e in quest’ultimo periodo serve più che mai.
Trovo che ci sia qualcosa di depurativo nei racconti di queste donne che, a volte proprio a fiumi, ci riversano le loro vicissitudini, prima e dopo la guerra.
O meglio prima con la guerra ai missili del regime e ora con la guerra alla miseria.
Forse narrare, ripetere, aggiustare la storia, ripeterla ancora è un modo per trovare un senso, per darsi un senso e tenere insieme i pezzi. Forse.
Il nostro amico Sheik Abdo dice che nel peace building le relazioni sono fondamentali.
"Possiamo dire che sono più importanti del cibo. Durante una guerra se hai cibo e acqua ma nessuna relazione non puoi sopravvivere".
Io qui lo sento che le relazioni sono davvero fondamentali. Sento tanta ricchezza in questi incontri, che mi toccano nel profondo e che sono quello che dà un senso profondo alla vita qui.

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Dopo 7 anni ritorno in Libano, in visita al progetto.
In questi anni sono avvenute tante cose: una pandemia (mondiale), due figli (miei), una rivoluzione (dei libanesi), il default economico (del Libano) e l'esplosione (del porto di Beirut).
Torno diversa in un Paese che non è più lo stesso.
Arrivo con un miscuglio confuso di emozioni che vanno dall'apprensione alla gioia, ma senza il tempo per poterle digerire.
Ho 4 giorni da sfruttare al meglio e così vado subito nella nostra tenda, tra le tende.
Il campo è decisamente molto più "bello" di quando c'ero io.
Le tende molto più dignitose, alcune col giardinetto e i fiori, (ho addirittura visto un tavolo con le sedie!).
Adesso hanno costruito piccoli muretti e recinti che garantiscono una maggiore riservatezza e dentro molte tende c'è l'acqua corrente.
È tutto più ordinato certamente, ma allo stesso tempo paurosamente più permanente.
Sono passati 7 anni e la situazione emergenziale che ho lasciato si è strutturata sempre di più.

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Lontana è la guerra
Lontani i carri armati
Le bombe
I morti

Non si sentono i rumori
Non si sentono le grida
Né gli allarmi

Ma io li sento
Nei tuoi occhi
Nella tua paura
Nello sconforto
Nel dolore
Nella rabbia

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Una tenda buia, una fioca luce di una lampada ricaricabile, un bambino di circa due anni seduto per terra mentre mangia con la faccia nel piatto, il suo viso ha mille colori.
Il colore della sua storia, della sua genealogia, il colore della polvere del campo, il colore dei fazzoletti per il naso inesistenti, il colore dell'unto che arriva prima sul naso e poi in bocca.
Non lo so se ho mai visto una violenza così piena.
I piedi senza calze correndo sulle pietre appuntite, i pantaloni troppo grandi e le mutande che ti aspetti di vedere ma qui costano troppo, mentre fuori piove e c’è l’aria gelida delle montagne innevate.
C’è una legge che restituisce i giochi, le coperte rimboccate, il bacio prima di andare a scuola, il fiocco sul grembiule, le favole della buona notte e tutta la tenerezza che ti spetta da bambino?
Chi penserà a rimborsare con una carezza ogni mano pesante ricevuta sul viso?
Che uomini diventano quelli che bambini non sono mai stati?
Mentre ci penso, penso al vuoto di quella tenda, la risposta a queste domande mi toglie il respiro.
La strada di queste piccole donne e di questi piccoli uomini dagli occhi grandi, sporchi oltremodo, che ti abbracciano, gridano, cantano “bella ciao” passando davanti la nostra tenda, che un minuto giocano e quello dopo piangono per le mazzate, la strada che intravedo mi toglie il sonno.
In questa notte, quella tenda, quella faccia nel piatto, tutte le guerre che iniziano o continuano, tutte le persone in transito, le carceri pieni di dimenticati, le torture, tutte le frontiere chiuse, tutti i salotti pieni di opinionisti, è tutto più forte del fragore di questa pioggia che cade senza sosta su questa tenda.
Una tenda buia, una fioca luce di una lampada ricaricabile, un bambino di circa due anni solleva la faccia dal piatto in cui stava mangiando e nonostante il puzzo, sento il profumo della meraviglia luminosa dell’infanzia, vorrei che il mondo si fermasse ora e che quel sorriso inconsapevole restasse lì per sempre.

Mi sembra di percepire che quello che ti brucia dentro e che ti accompagna a letto la sera quando la giornata è finita, spesso non sia lo sguardo di complicità, reciproca appartenenza, sollievo, felicità di coloro cui stiamo accanto, che riusciamo ad aiutare migliorandone la condizione, o addirittura quando si tratta di salute, ne salva la vita.
Quello che spesso resta per sempre impresso nella memoria è lo sguardo e la voce di coloro a cui bisogna dire che non puoi fare niente per dare una mano, perché in quel caso, in quel momento, non c'è niente da fare.
Resta la sensazione, pastosa come una colla stantia, della propria espressione quando, dai suoi angoli, trapela la vergogna, la delusione, l'indignazione, la rabbia, il dolore verso le circostanze che fanno sì che ci si ritrovi a ricoprire il ruolo di chi dà quella risposta.
Ci vuole stomaco per sopportare quel momento, per riuscire a farlo sostenendo quello sguardo, trasmettendo ancora l'empatia e la vicinanza a cui però in fondo si sente di aver perso un po' il diritto, agli occhi dell'altro/a, nel momento in cui si è impersonato quel ruolo.
Stomaco, forza d'animo, e una grande, sfacciatissima speranza.
Dove trovare questa speranza e come ricordarsi del senso che ha, quando la difficoltà del momento fa percepire la speranza come quasi "fuori luogo"?
Grazie a questi primi mesi di cammino con la Colomba, comincio a scoprire che può esistere un metodo per riuscirci, che però ha senso solo se condiviso.

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