È un giovedì di lavoro comunitario, ossia il giorno prescelto dalla Comunità di Pace di San José de Apartadó per impegnarsi, collettivamente, in attività produttive e di manutenzione in aree territoriali condivise. Dopo varie occasioni mancate, finalmente posso accompagnare i lavoratori in una località che, per una ragione o per l’altra, finora non ho mai raggiunto: mi fa molto piacere perché so che, proprio lì, vive un simpatico anziano, che ho incontrato più volte in Comunità e che, pochi giorni prima, era stato vittima di un piccolo incidente a cavallo (e alla veneranda età di circa 80 anni, continuare a cavalcare è già di per sé un invidiabile traguardo).
Giunti in loco, raggiungiamo l’abitazione dell’uomo ma, dopo qualche chiacchiera e un caffè, scoppia uno di quegli acquazzoni che solo i Tropici sanno regalare, per cui si rientra a dorso di mula e io, priva delle capacità del mio amico cavaliere, sono grata all’animale che, passo dopo passo, mi riconduce a San Josecito.
Il buon umore, però, ha ben poca durata.


Lo sgomento in questi giorni per l’acuirsi della guerra in Ucraina ha invaso i cuori di molti di noi che si sono sentiti improvvisamente “vicini e coinvolti” in una guerra alle “porte di casa” ma che in realtà era iniziata nella primavera del 2014 e aveva causato già 13 mila vittime e 1,5 milioni di sfollati interni prima di questa recente recrudescenza, ma ben pochi se ne erano interessati. 


