Giuda usa un bacio per tradire Gesù.
Come è possibile, verrebbe da chiedersi, che venga utilizzato un gesto di affetto per portare un altro alla rovina!?
In tutti questi anni di Comunità di Pace sicuramente sono stati tanti i baci traditori; baci di chi, pur volendo bene, ha deciso, ad un certo punto, di tradire le attese, i valori, la lotta di resitenza, la ricerca di giustizia.
Ma, paradossalmente, è proprio con il tradimento che si compie l’opera di Dio.
Con il tradimento, Gesù muore e risorge a Vita nuova.
Anche la Comunità di Pace non sarebbe oggi quello che è, ossia una luce di speranza, una forza di resistenza, un esempio di salvaguardia del territorio e della vita, se non fosse stato per tutto il bene, ma anche per tutto il male ricevuto, i tradimenti subiti, gli inganni, le violenze.
Ma, a differenza di chi trama un danno, di chi vive disprezzando la vita altrui e rimane schiacciato dalla sete di potere e dominio, i membri della Comunità di Pace portano il peso dei tradimenti ricevuti trasformandoli in nuova forza, in cammino di pace e verità.
Il camminare, in senso reale e metaforico, fa parte dell’essenza dei membri della Comunità; lo dimostrano le tante ore a piedi o a dorso di muli per raggiungere i luoghi di lavoro, le migliaia di orme lasciate dagli stivali sui sentieri fangosi, i solchi profondi lungo i percorsi, mentre sulle spalle caricano le gerle colme di mais o fagioli.

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A volte uno sa da che parte stare, guardando semplicemente chi sta dall’altra parte” (L. Cohen)

Un altro compleanno, il ventiseiesimo, è stato festeggiato il 23 marzo scorso dalla Comunità di Pace di San José de Apartadó.
Si è rinnovato così il sogno di quel seme che, gettato dopo tanta morte e tanto dolore nella piazzetta della scuola di San José il 23 marzo del 1997, ha avuto tutto il diritto di germogliare e crescere.
Non era scontato.
Nemmeno loro pensavano che sarebbero riusciti ad affondare radici laddove le trame dello Stato erano quelle di sradicare cuori e persone, menti e progetti da quel territorio.
Eppure siamo stati testimoni ancora una volta, lo scorso 23 marzo, di come la forza della resistenza e l’audacia della verità a tutti i costi, anche a quello della propria vita, possano avere la meglio su ogni tentativo di corruzione e su ogni barbarie escogitata.
Quel seme, che è la Comunità di Pace, non è morto come i più volevano e desideravano, e come ancora alcuni auspicano.
Il seme, invece, è cresciuto in coscienza politica ed ecologica, in saggezza e strategia di fronte alle esigenze di vivere liberi nel proprio territorio e di poter godere dei prodotti della terra.
Nonostante tutti gli ostacoli che ancora oggi la Comunità è costretta a incontrare, come pietre di inciampo lungo il cammino di giustizia e pace che tanto desidera, lo sguardo con cui ogni suo membro guarda a chi le vuole ancora fare del male è sempre di totale rispetto.
Per questo, forse, con tanta determinazione sanno distinguere l’uomo dai sui errori, la piccolezza morale dall’altura etica e civile di chi vuole il bene e il giusto, sempre e comunque. E tutto senza giudicare chi la pensa in modo differente.
Anch’io mi ritrovo spesso a guardare i loro gesti semplici, le loro mani incallite, la pelle bagnata di sudore e i sorrisi che non sanno mai far mancare.
Vedo volti che nascondono storie terribili, ma che in qualche modo non litigano più con il passato per poter vivere appieno il presente, sperando chissà che ci possa anche essere un futuro diverso.
Mi immagino, poi, di guardare i volti di chi li minaccia, li perseguita, li accusa… volti raggrinziti dall’odio, ma molto più spesso volti sfigurati dalla sete di potere, dall’avidità e dall’ignoranza.
Allora sì, mi pare un compito più facile per la mia coscienza scegliere da che parte stare guardando semplicemente chi sta dall’altra parte.
E ho scelto.
Buon Compleanno Comunità di Pace!
Che il sogno si rinnovi ancora a lungo, finché non saremo capaci di riconoscerci come uguali.
Fino ad allora, sono sicura che cercheremo ancora mille volte l’ombra della vostra grandezza morale come riparo al nostro poco coraggio di dare la vita per ciò che si crede giusto.

Monica

“Un profondo sentimento di gratitudine per queste vite, per ciò che hanno significato per la Comunità di Pace, per la società, per il Paese. Uniamoci a tutte le vittime dell’America Latina” sono le prime parole del sacerdote gesuita e difensore dei Diritti Umani, Javier Giraldo, all’inizio della celebrazione del 18° anniversario del massacro di Mulatos e Resbalosa. Otto furono le persone assassinate e i loro corpi fatti a pezzi, sette di loro appartenenti alla Comunità di Pace. Quattro di loro erano minori, il più piccolo aveva solo 18 mesi: “sarebbe, crescendo, potuto diventare un guerrigliero oppure riconoscerci” sono le motivazioni, rivelate alcuni anni dopo in aula di giustizia, del paramilitare che confessò l’omicidio.
Tra loro, fu trucidato anche Luis Eduardo Guerra, allora leader della Comunità di Pace, padre di tre figli e una figlia. Il maggiore, Deiner di 11 anni, fu assassinato assieme a lui, sgozzato.
Chi era Luis Eduardo e perché tanta commozione, ancora oggi, dopo 18 anni?
Javier Giraldo lo descrive come una persone senza grandi titoli educativi, una persona del popolo, che visse una storia di violenza, di oppressione, di persecuzione, di esclusione di tutta una massa popolare. Ma, nonostante ciò, una forza di resistenza impressionante lo avvolge sino ad arrivare a mettere la sua faccia davanti a tutti, ad offrire le sue spalle a coloro che volevano colpirlo, a sfidare gli altri perché sapeva di essere vicino alla fonte della giustizia, dove nessuno avrebbe potuto condannarlo: “No, io metto la mia faccia davanti a chiunque, so di avere ragione, ci devono lasciare raccogliere il nostro cacao”. Con questa convinzione è andato avanti, nonostante la situazione si fosse fatta per lui estremamente pericolosa.

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Sono arrivata da un mese ormai eppure mi sembra di aver appena messo piede in questo posto.
Ho appena incominciato a capire chi è chi e ancora, spesso, mi capita di incontrare qualcuno e di domandarmi se mi sia già stato presentato, perché non me lo ricordo proprio.
Qui le giornate iniziano presto, seguendo i ritmi dettati dalla “naturaleza”; mi sveglia il sole che penetra dalle fessure della nostra casa di legno, il chicchirichì del gallo (che non fa molto testo, perché canta ad ogni ora del giorno e della notte) e la musica allegra che qualcuno mette alla radio preparandosi per la giornata.
E mentre fuori casa la Comunità prende vita, se non ci sono accompagnamenti o incombenze particolari, io me ne resto nel letto a dormicchiare godendomi tutti questi suoni.
Quando verso le 7.30 mi alzo, la giornata dei miei vicini è già nel pieno della vita.
I bimbi sono già a scuola da un bel po’ e poi c’è chi è partito per andare a lavorare in una finca vicina, anche a qualche ora di cammino o di mula e chi in città a fare commissioni.
Solo papere, galline, cani, gatti e maiali che gironzolano nell’erba tra le case.
Il pomeriggio, mi siedo fuori casa dove c’è un tavolo con sgabelloni di legno tutti colorati e qualcuno passa sempre a fare quattro chiacchiere o, con il mio spagnolo sgangheratissimo, ci prova.
Mi chiedono se mi piaccia stare qui, o se nell’accompagnamento di qualche giorno fa io sia cascata dalla mula e allora si ride assieme mentre provo a raccontare che no, miracolosamente non sono caduta, ma camminando laddove con la mula era troppo pericoloso, il mio stivale è rimasto svariate volte incastrato nel fango e allora M., che non mi perdeva di vista e mi ha aspettata pazientemente per tutta la strada, me lo ha tirato fuori.

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“Hanno provato a seppellirci, non sapevano che eravamo semi”.
Questo motto è divenuto, in America Latina, una vera e propria bandiera, portata durante proteste e manifestazioni.
Dal Messico dove fu coniata e gridata dalle madri in cerca dei loro figli “desaparecidos”, alle strade del Cile durante le proteste giovanili, fino ancora alle piazze dove, instancabili, cercano giustizia i leader sociali e i difensori dell’ambiente: queste parole arrivano dentro e spaccano la crosta della nostra apatia.
Con questa frase potente, posso descrivere e fare sintesi di ciò che è stato trasmesso durante il VII Foro Internazionale della Nonviolenza nel Quindio. Decine di invitati, tra cui alcune persone della Comunità di Pace di San José di Apartadò, hanno raccontato cosa significa resistere nel territorio martoriato da guerre e interessi economici.
Le testimonianze scorrevano fluide, ma piene di emozioni, paure e speranze… anche lacrime.
Molti di coloro che hanno parlato della loro storia e vita sono minacciati, perseguitati; alcuni sono stati costretti a lasciare il proprio Paese per non essere uccisi.

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