Lo sgomento in questi giorni per l’acuirsi della guerra in Ucraina ha invaso i cuori di molti di noi che si sono sentiti improvvisamente “vicini e coinvolti” in una guerra alle “porte di casa” ma che in realtà era iniziata nella primavera del 2014 e aveva causato già 13 mila vittime e 1,5 milioni di sfollati interni prima di questa recente recrudescenza, ma ben pochi se ne erano interessati.
Oggi l’empatia verso tanta sofferenza e l’indignazione per l’ orrore che sta vivendo il popolo Ucraino è sacrosanta, come doveroso è intervenire e portare solidarietà e soccorso a tanta gente che sta fuggendo.
Anche noi, come Associazione Papa Giovanni XXIII siamo andati subito in Ucraina per aprire un Corridoio Umanitario.
Ma il mio pensiero inevitabilmente va anche a tutte quelle migliaia di vittime scappate da altre guerre che per non essere sentite come “nostre” o “vicine” o “minaccianti” ci hanno portato ad alzare muri e fili spinati per confinare tante creature tra il freddo, la fame e l’oblio, negando loro qualunque possibile futuro. Mi chiedo quindi come sia possibile che le lacrime di quei bambini africani, afgani, siriani… siano meno degne del nostro abbraccio e della nostra capacità di accoglienza.

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Quasi 12 chilometri di marcia quelli fatti dai membri della Comunità di Pace e da noi volontarie di Operazione Colomba per rendere omaggio, il 23 dicembre scorso, a Huber Velasquez, leader sociale assassinato presuntivamente da un gruppo di neo paramilitari sulla porta della sua casa, di fronte ai suoi bambini e alla moglie, la sera del 17 dicembre.
La sua colpa sarebbe quella di aver denunciato varie irregolarità nel rifacimento della pavimentazione stradale che porta dalla città di Apartadó a San José. Voleva resistere ed opporsi all’ingiustizia e, per questo, non ha esitato a dire a gran voce che la verità doveva venire alla luce.
Era solo a farlo.
Solo, perché tutti qui sanno qual è il prezzo da pagare per esigere giustizia.
Una solitudine indotta e forzata, non perché gli altri intorno non vedano il male, ma semplicemente perché sanno che raccontarlo costa la vita.
La solitudine dei resistenti pare il comune denominatore di molti uomini e donne che hanno lottato per il cambiamento e per il Diritto alla libertà e alla vita in tutto il mondo.

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Presepio realizzato dalle volontarie di Operazione Colomba con alcune giovani della Comunità di Pace di San José de Apartadó in Colombia.
Le stradine di mais e fagioli, la terra di lolla di riso, le piantine di riso sullo sfondo.
Le casette, il chiostro, la cupola della memoria, raffigurazione della Comunità stessa, fanno da contorno alla Capanna.
Le cabosse di cacao biologico, frutto di quella terra fonte di vita e dignità.
La bandiera della Pace, simbolo di coraggio e di luce.

Il 24 novembre del 2016 il Governo colombiano e la guerriglia delle FARC-EP firmarono, al Teatro Colon di Bogotà, l’Accordo di Pace per mettere fine a più di 50 anni di conflitto armato nel Paese che ha causato, sino ad oggi, almeno 262.197 morti[1], più di 8 milioni di sfollati interni e circa 120.000 desaparecidos. L’Accordo, che giunse dopo 4 lunghi anni di trattative alla Avana, Cuba, permise a più di 13.000 guerriglieri di abbandonare la lotta armata, consegnare le armi e optare per il passaggio alla vita politica.
“C’è una rivoluzione di coscienza a favore della pace, contro la guerra e questo è un segnale importantissimo nonostante la pace non si sia costruita in maniera completa, nonostante si siano incontrate molte difficoltà per la transizione, per l’implementazione dell’Accordo e per far sì che il Governo sia all’altezza delle necessità del Paese”[2] afferma Camilo Gonzalez Posso, Presidente dell’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz).
Lo scorso mercoledì 24 novembre, con la visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, si sono realizzati vari atti commemorativi del quinto anniversario dell’Accordo.
Guterres ha affermato che “dopo cinque decenni di conflitto e coscienti della sofferenza che ha causato (…) abbiamo l’obbligo morale di garantire che questo processo di pace abbia successo”.
Dopo aver riconosciuto gli innegabili risultati raggiunti, Guterres ha avvertito sui rischi che corrono in particolare le comunità etniche, le donne, le bambine, le minacce e assassini contro ex combattenti, leader sociali e difensori e difensore dei Diritti Umani. Tra i rischi ha citato anche lo sfollamento e confinamento, la violenza sessuale e il reclutamento di minori.
“Ci sono molti temi sui quali si può e si deve essere in disaccordo in una democrazia, però la pace non può essere uno di quelli. Niente può giustificare la violenza o l’azione dei gruppi armati oggi in Colombia” ha proseguito Guterres nel suo discorso.

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Per il prossimo anno, occasione in cui verranno celebrati i 200 anni dalla fondazione del Museo Nacional di Bogotà, le sue sale sono state completamente rinnovate.
Il desiderio di chi ha voluto dare una luce nuova al Museo è stato quello di creare delle sale in cui convergano i racconti della storia, della vita e della cultura colombiana da diverse prospettive.
Per questo si intrecciano storie di personaggi, di paesaggi e racconti che parlano la lingua di un  popolo che ha lottato, camminato e creato un tessuto culturale unico.
Anche se non tutte le sale sono ancora aperte al pubblico, è però già possibile vedere alcune opere d'arte e oggetti che parlano di memoria o, ancora meglio, di come custodire la memoria di ciò che è stato.
A volte fare memoria serve a promuovere il bene che si è compiuto, altre volte è un monito affinché non si ripetano mai più certe brutalità.
Come nel caso dei quadri di María Brígida Gonzáles de Cartagena, una tra le fondatrici della Comunità di Pace di San José de Apartadó che, attraverso la pittura, da anni racconta e custodisce la storia di una comunità contadina resistente.

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