“Hanno provato a seppellirci, non sapevano che eravamo semi”.
Questo motto è divenuto, in America Latina, una vera e propria bandiera, portata durante proteste e manifestazioni.
Dal Messico dove fu coniata e gridata dalle madri in cerca dei loro figli “desaparecidos”, alle strade del Cile durante le proteste giovanili, fino ancora alle piazze dove, instancabili, cercano giustizia i leader sociali e i difensori dell’ambiente: queste parole arrivano dentro e spaccano la crosta della nostra apatia.
Con questa frase potente, posso descrivere e fare sintesi di ciò che è stato trasmesso durante il VII Foro Internazionale della Nonviolenza nel Quindio. Decine di invitati, tra cui alcune persone della Comunità di Pace di San José di Apartadò, hanno raccontato cosa significa resistere nel territorio martoriato da guerre e interessi economici.
Le testimonianze scorrevano fluide, ma piene di emozioni, paure e speranze… anche lacrime.
Molti di coloro che hanno parlato della loro storia e vita sono minacciati, perseguitati; alcuni sono stati costretti a lasciare il proprio Paese per non essere uccisi.

Pareti di fango in salita e in discesa, sulla mula o a piedi, per ore e ore, senza sapere quale sarà il prossimo ostacolo, con il rischio di scivolare o di cadere, senza sapere se chi si incontra sul cammino è un volto amico o nemico, se sorridere o glissare.
Sono ormai giunta agli sgoccioli della mia esperienza in uno dei progetti di Operazione Colomba: ancora pochi giorni e farò ritorno in Italia. La famiglia, gli amici, i conoscenti stretti con cui ho mantenuto i contatti indicano così il rientro: tornare alla “mia realtà”. A pensarci bene, in effetti, partire per tuffarsi in un contesto completamente diverso, vivendone tutti gli aspetti senza pause, in maniera totalizzante, può avere un impatto molto forte e, in alcuni momenti duri; il pensiero di tornare a casa, dove tutto è conosciuto e privo di eccessive incognite, può portare un poco di sicurezza.


