La bandiera della Colombia, dove il colore giallo rappresenta la ricchezza del Paese, l’azzurro l’acqua che possiede e il rosso il sangue versato per l’indipendenza, è, dal 28 aprile scorso, esposta capovolta da parte di migliaia di colombiani, come forma di protesta pacifica per richiamare l’attenzione della comunità internazionale su quanto sta avvenendo nel Paese.
Una espressione davvero forte e inedita.
Continuano infatti le manifestazioni in Colombia e purtroppo continua anche la violenta repressione.
Le organizzazioni non governative Indepaz e Temblores hanno inviato alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani un report sulle diverse forme di violenza da parte della polizia denunciate dalla cittadinanza.
Nel loro ultimo comunicato, pubblicato lo scorso 13 maggio 2021, si registrano 2110 casi di violenza da parte della polizia che non tengono conto delle persone date per desaparecidos.

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Mi chiameranno sovversivo: e io gli dirò:” lo sono. Per il mio popolo in lotta, vivo. Con il mio popolo in marcia, cammino”. (Padre Casaldàliga)

Da diversi giorni migliaia di cittadini colombiani si sono riversati sulle strade delle principali città del Paese per marciare pacificamente ed esprimere il loro dissenso alla riforma fiscale. La riforma rappresenta una vera e propria ghigliottina per tante famiglie che già stanno pagano da un lato le conseguenze economiche della pandemia e dall’altro la violenza contro i leader sociali ed ambientali per mano delle strutture neo-paramilitari, della dissidenza delle ex FARC-EP e della guerriglia dell’ELN che controllano varie zone del Paese e non permettono di vivere in pace.
Le proteste sono apparse fin da subito come la continuità di quel grido di giustizia sociale e di diritto che era iniziato giusto qualche mese prima della pandemia in Cile come in Colombia.

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“Credo che questa sessione del Tribunale sia stata caratterizzata da udienze molto dolorose ma anche molto stimolanti nel senso di una presa di coscienza del proprio vissuto”.

Arrivato a San Josecito della Dignidad per celebrare la Via Crucis durante il Venerdì Santo e dopo aver bevuto un tintico (caffè) a casa di Operazione Colomba (OC), abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il Sacerdote gesuita colombiano Javier Giraldo, teologo e difensore dei Diritti Umani, sulla 48a sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) che si è svolta in Colombia nei giorni 25, 26 e 27 marzo.

OC: Cos’è il TPP?

JG: il TPP è stata una idea nata negli anni ‘60 quando si stava combattendo la guerra del Vietnam nella quale vennero utilizzate tutte le armi proibite universalmente, bombardamenti e distruzioni di popoli interi nel silenzio internazionale.

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È un racconto inaspettato, imprevisto. Anche per chi da tanti anni è qui al “suo fianco”. Dalla finestra di casa lo si vede montare sulla cavalla (o mulo) e, con un semplice verso, partire in cavalcata per raggiungere i campi. In realtà molto più spesso succede il contrario: lo intravediamo al rientro visto che è abitudine, nella vita contadina, madrugar (svegliarsi molto presto al mattino) e noi a quell’ora siamo quasi sempre ancora a riposare.
Persona schiva, silenziosa. Statura bassa, pelle stranamente chiara. Sguardo timido e penetrante che cela nel profondo grande dolore. La sua storia un po’ la conosciamo. Per racconti da parte di terzi. Di certo non pensavamo fosse proprio lui, un ragazzo così timido, che, in una sera di febbraio e dopo aver assaporato la cucina colombiana con un bel piatto di pollo, riso e patacones (platano verde fritto), ci raccontasse così dettagliatamente di sé, dell’assassinio di suo padre, della sua rabbia, della sua paura e della sua salvezza.

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 “...se rimaniamo in silenzio ci uccidono e se parliamo, lo stesso. Quindi, parliamo”.
(Cristina Bautista, leader indigena assassinata nell’ottobre del 2019)

Lo scorso 23 marzo la Comunità di Pace di San José de Apartadó ha festeggiato i suoi ventiquattro anni di vita e di lotta. Una resistenza senza eguali quella della Comunità di Pace capace di trasformare in speranza il dolore di un conflitto che da anni segna corpo e anima di questi contadini e contadine.
Anche quest’anno hanno ripercorso alcune tappe della loro storia con la lettura della costituzione della Comunità, con le canzoni che rimbalzavano note di resilienza e sacrificio, con il loro inno che sin dall’alba riecheggiava tra le colline e con le parole di chi non c’è più, parole registrare anni or sono durante interviste spesso in Paesi lontani, con microfoni gracchianti che non hanno impedito però che si sentissero chiare e ben definite le parole: giustizia, pace e verità.
Anche quest’anno la gente si è raccolta al portone d’ingresso stringendo tra le mani ed il petto le foto di chi ha dato la vita per questo sogno di libertà; tutti insieme hanno raggiunto i luoghi dove ancora una volta in questi ultimi mesi sono state uccise delle persone innocenti. Persone che non erano della Comunità ma che meritavano una preghiera, un pensiero… perché l’oblio uccide due volte.

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