Martedì 27 aprile alle 18:50, in diretta Facebook e Youtube, prosegue l’appuntamento settimanale con la rassegna web “Sette meno dieci” (*).
Ospiti di questa "puntata", condotta da Gabriella Morelli e Pierpaolo Lala, Anwar al-Bunni (avvocato siriano specializzato in Diritti Umani), Shady Hamadi (scrittore e attivista italosiriano), Marta Serafini (giornalista Corriere della Sera) e Alberto Capannini (Operazione Colomba).
Siria, 10 anni di conflitto
Siria 15 Marzo 2011, 15 Marzo 2021, 10 anni di conflitto.
Nel mezzo il 30 novembre 2018, una famiglia siriana è entrata nella mia vita.
“La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare.
Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani, uguali per la Sua Misericordia, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere”.
(Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune).
Fratellanza umana, accoglienza, resto indifferente?
Pur conoscendo pochissimo della Siria, non volevo rimanere indifferente.
Ho capito subito che il Signore con questa accoglienza avrebbe cambiato la mia vita, anche attraverso le mie incapacità e fragilità. L’accoglienza ha inizio la sera di venerdì 30 novembre 2018 e già il sabato successivo nelle sale anspi, ho conosciuto Abdo, i figli Hiba e Mohammed, Najah la nonna, Samar la moglie, in attesa di una bimba, Luna nata il 9 gennaio 2019.
Con l’aiuto del Dott. Jamil Rizqalla, Abdo si è presentato e sono rimasta subito colpita nel sentire che ha iniziato partendo da Padre Paolo Dall’Oglio scomparso da Raqqa nel luglio 2013; gesuita rientrato clandestinamente in Siria, da cui era stato espulso per le critiche al regime di Bashar al Assad, per mediare sul sequestro di due religiosi, da allora solo silenzi. Abdo, mussulmano, parte dall’ammirazione di un gesuita! Abdo, Samar e Najha, scappati da un conflitto internazionale che sembra non avere fine, scappati dal loro amato Paese la Siria, rifugiati, otto anni in un campo profughi, un brutale cambiamento di esistenza.
Incendio del campo profughi di Minyeh
La notizia del grande campo profughi situato in località Al Minyeh e composto da 100 tende, che in data 27 dicembre è stato interamente dato alle fiamme, ha fatto il giro dei media mondiali.
Proviamo qui a riportare i fatti che ci sono stati riferiti da fonti in loco, aggiungendo alcune considerazioni che derivano dal clima generale in cui vivono i profughi siriani in Libano, in questo momento.
Innanzitutto, il campo in questione non è solo uno dei tanti insediamenti informali costruiti dai profughi che hanno superato il confine a causa della guerra, ma esisteva già molto prima del 2011 ed era abitato da lavoratori stagionali siriani che già da diversi anni lo abitavano nei periodi di lavoro.
Dopo l’inizio della guerra, questi vi hanno portato anche le loro famiglie e vi si sono trasferiti in pianta stabile.
Inoltre, a differenza di altri posti del Libano particolarmente ostili, la zona di Al Minyeh non è quasi mai stata teatro di episodi di violenze contro i siriani di tale portata, pur essendosi verificati episodi minori.
Il fatto che questo campo, presente da tanto tempo, sia stato coinvolto in un fatto tanto grave, fa riflettere su quanto il livello di intolleranza stia salendo notevolmente nel Paese.
Nelle viscere della mia anima
Crescendo ho imparato che i viaggi migliori sono quelli in cui vado a trovare qualcuno.
Anche l’incontro con il Libano è stato così, la prima volta a trovare parenti di amici siriani conosciuti in Italia, e poi dalla seconda è stato un continuo salutare dicendosi “a presto, inshallah”, andarsene con le lacrime sul viso per la nostalgia di chi stavo salutando e tornare ogni volta con un gran sorriso a riabbracciare chi avevo lasciato.
Ogni volta, sempre di più e sempre più spesso da quattro anni.
Stavolta è diverso.
Ogni volta lo è stato un po’, ma stavolta l’ho sentito dentro di me negli ultimi giorni prima di partire.
Lo scorrere del tempo in questi anni mi ha mostrato come le vite delle persone vadano avanti, per quanto io tenga più o meno aperta una finestra sulla loro quotidianità a seconda del periodo.
Prima di andare via
Prima di andare via, 3 novembre 2020, 00:15
Non è stato vano.
Questa presenza.
Bilal che dopo un anno racconta la ragione per cui non è voluto partire per l’Italia quando mancavano ormai pochi giorni al viaggio, così dal nulla la racconta, senza dovergli fare alcuna domanda e volendo da solo entrare nei particolari.
“Pesca”, sua figlia, è bellissima, parla, ride, corre e scalcia come uno spirito libero.
Il suo sorriso è lo stesso di un anno fa ed è contagioso, ha solo perso la voglia di fare le bizze e la timidezza.
Jihad dentro si sente un uomo nuovo, e dice “questa è la vita mia, e devo farcela”.





